Ab Urbe Condita

Il fascino di Roma tra Passato, Presente e Futuro

Racconto: Orazi e Curiazi

ORAZI E CURIAZI di Davide Corvaglia

Attilio sfilò la sua arma dal petto di un avversario per andare a colpirne un altro; sollevò a fatica la spada sempre più pesante, ma il suono di un corno segnò la fine della battaglia.
Seguito dai suoi compagni, che come lui erano ridotti allo stremo delle forze, tornò tra le proprie fila.
Se visto dall’alto, lo spostamento dei due eserciti avrebbe potuto assomigliare a uno specchio d’acqua che si ritirava verso i margini.
I rispettivi sovrani, accompagnati da un consigliere ciascuno, si mossero per incontrarsi al centro del piazzale, evitando di calpestare il corpo di chi, a tornare nei ranghi, proprio non ce l’aveva fatta.
Il re Tullo Ostilio avanzò piano in groppa al suo cavallo, con lo sguardo fisso sul re avversario, Mezio. Un fratello più che un vero nemico, ma pronto a difendere la città di Albalonga dalla nuova ondata di assedi che Roma, quieta per quarantatré anni, aveva ricominciato.
«Chissà che cosa si diranno, adesso» esordì Attilio.
«Non credo sia finita, io mi tengo pronto» rispose l’uomo al suo fianco, che non smise di masticare il pezzo di carne secca che ogni tanto irrorava con dell’acqua.
«No, ti sbagli. Io penso che arriveranno a un accordo. Non possiamo guerreggiare contro i nostri stessi fratelli.»
«Fratelli? Io ho dovuto guardarmi le spalle più volte, altrimenti quei “fratelli” avrebbero reso i miei figli orfani di padre» rispose l’uomo.
«Ecco, hanno finito.» lo interruppe un terzo soldato. « Vado a sentire.» E l’uomo si diresse verso il punto in cui il re sarebbe arrivato e, facendo finta di portare alcuni scudi, riuscì a raggiungerlo.
Si sedette di spalle e restò ad ascoltare, poi si rialzò e tornò indietro, sempre con gli scudi in braccio.
«Allora?» chiesero quasi in coro. «Che succede?»
«Due notizie. La cattiva, che la guerra continua. La buona, che non dovremo combattere noi.»
«In che senso?»
«Non lo so, parlavano di un duello. Come se le sorti delle due città dovesse essere decisa da un unico scontro.»
«Continuo a non capire.»
«Su proposta di sua maestà, tre romani affronteranno tre di Albalonga. L’ultimo a rimanere in vita porterà la vittoria alla propria città.»
«Chissà chi sceglieranno. Di sicuro, uno di loro sarà Lucius. Da solo può ucciderli tutti e tre.»
«Lo sapremo domani. Il re vuole affidarsi agli déi.»

La notte sopraggiunse sui dubbi e la stanchezza dei soldati. Sapendo che la battaglia era stata sospesa, gli uomini cercarono di riposare e di essere pronti al volere degli déi.
Ricevettero la notizia all’alba. Attilio non si stupì: aveva ipotizzato parecchi nomi durante la notte insonne.
«Gli déi hanno parlato! Gli déi hanno parlato!» urlò un uomo, correndo per tutto il campo.
«Ehi, Marco, vieni qui» chiamò Attilio. «Chi è stato scelto?»
«Roma è in mano ai figli di Publio Orazio.»
«I tre gemelli?» chiese Attilio.
«Proprio loro» aggiunse Marco, con soddisfazione. «Proprio loro.»
«Non me l’aspettavo» disse un uomo alle sue spalle. «Io avevo scommesso la paga di oggi su Lucius…»
«Meglio così, Fulvio» terminò Attilio, guardando Marco che si allontanava per avvisare il resto dell’accampamento. «Meglio così.»

L’immenso prato verde che costeggiava il confine meridionale di Roma era affollato da uomini e donne che, avendo saputo della disputa, avevano abbandonato i propri affari per seguire tutto di persona, anziché dai racconti degli spettatori. Acclamarono a gran voce, ripetendo più volte il nome di Roma, i tre gemelli che erano appena arrivati sul campo, gonfi in petto e adorni di fiori e amuleti propiziatori.
Due soldati portarono loro le spade e gli scudi, proprio nel momento in cui, dalle fila di Albalonga, uscivano i tre avversari.
«Questa non ci voleva» disse Attilio, pensieroso.
«Hai ragione. Così rischieranno di far infuriare gli déi» aggiunse l’uomo al suo fianco.
«Che succede? Perché siete così preoccupati? Io li ho visti battersi, e ho notato che sono molto forti. Non conosco quegli altri, ma so che i tre Orazi non avranno problemi.»
«Non è questo il punto. I tre albani sono della famiglia dei Curiazi, e il problema è che uno di loro avrebbe dovuto sposarsi a breve con una delle sorelle degli Orazi, Camilla. Comunque vada a finire, il risultato non sarà indifferente a Roma.»
«Ehi, guardate. Hanno cominciato!» urlò Lucius con la sua voce profonda, in contrasto con l’acuto clangore delle spade.
I duellanti avevano iniziato velocemente e, vista la loro abilità piuttosto alla pari, diedero l’impressione che lo scontro sarebbe stato più lungo del previsto, ma uno degli Orazi cade all’improvviso. Il suo avversario gli fu addosso in un istante e lo finì, tra il mormorio stupito della folla.
L’Orazio che era più vicino al fratello morto dovette affrontare un avversario in più, e iniziò a menare colpi di spada e di scudo sia all’uno che all’altro. La sua forza, alimentata dalla rabbia per la morte del fratello e per essere ora in inferiorità numerica, si abbatté sui due Curiazi fino a ferirli gravemente, ma non fu abbastanza: uno di loro, abbassandosi velocemente e gettandosi alle ginocchia, riuscì a sollevarlo e gettarlo a terra. L’arma dell’altro Curiazio raggiunse la sua gola in un istante.
L’ultimo degli Orazi si accorse presto della fine dei suoi fratello ed ebbe una smorfia di stizza. Poi si guardò intorno, ma ovviamente non vide nessuno accorrere in suo aiuto. Decise di non arrendersi e all’improvviso ebbe un’idea, come se l’avesse ricevuta dal vento. Sospinse via il suo uomo, scaraventandolo lontano, e corse verso il bosco.
La folla romana cominciò a urlare insulti al loro soldato e quella albana, interpretando il gesto come una resa del giovane, esultò e chiese a gran voce che fosse proclamata la vittoria per la loro città.
«Inutili le loro richieste» sostenne Attilio. «Vinceranno solo se l’Orazio morirà.»

Il romano aveva già percorso un paio di miglia e non sentiva più alcuna voce. Si guardò attorno e si appostò tra gli alberi, con gli occhi chiusi e acuendo i sensi. A un tratto sorrise. Un calpestio famigliare gli rivelò che uno dei Curiazi era a pochi passi. Cercò di scorgerlo, poi si mise dietro un tronco, attese che il nemico giungesse a portata di mano e gli conficcò un pugnale nel cuore, senza dargli il tempo di reagire.
Intanto, alcune voci presero a farsi sentire in lontananza. La folla aveva deciso di seguire il duello fin dentro il bosco.
Il secondo Curiazio, quello con cui aveva combattuto prima della morte dei fratelli, gli si presentò davanti all’improvviso. L’Orazio schivò un colpo di spada mal assestato e lo colpì alla tempia con la sua, facendo zampillare il sangue fino a sporcarsi il petto, quindi lo colpì ancora sulla ferita fino a farla lacerare completamente.
Stordito, l’albano faceva fatica a stare in piedi e non si rese conto che il pugnale del romano, che prima aveva oltrepassato il cuore del fratello, gli aveva appena spaccato in due anche il suo.
L’Orazio, convinto ormai che gli déi muovessero il suo braccio, tornò verso il campo di battaglia incrociando la folla sparsa tra gli alberi.
A guidarla, a pochi passi di distanza, c’era l’ultimo avversario.
«Hai ucciso i miei fratelli!» urlò quest’ultimo verso il ragazzo che teneva in bella vista il suo pugnale sporco di sangue.
«Se è per questo, anche tu hai fatto lo stesso con i miei» rispose il romano, con uno sguardo diverso rispetto a prima
«Chiediamo di mettere fine a questo duello. Tu sei quasi mio fratello, e io sposerò tua sorella tra qualche mese.»
«Sono gli déi a volere questo. Noi non possiamo fare altro che sottometterci alla loro volontà. Ho già offerto due vittime ai miei fratelli: la terza la voglio offrire alla causa di questa guerra. Che Roma possa regnare su Alba!» e finendo la frase, attaccò il Curiazio con ferocia. Quest’ultimo non riuscì a parare tutti i colpi e ne ricevette molti sul viso e sulla testa, tanto che iniziò a sanguinare vistosamente.
L’Orazio continuò ad attaccare, accompagnando ogni colpo con un grido, e presto uccise anche l’ultimo dei Curiazi infilandogli la spada nell’incavo della gola.
I romani esultarono.
Il re Tullo Ostilio sorrise, pregustando l’egemonia anche su Albalonga, e si mise in marcia verso Roma, seguito dall’esercito e dal giovane vittorioso che, gonfio di gloria, era davanti a tutti, vicino al suo personale bottino di guerra.
Una ragazza gli corse incontro, in lacrime, e lo oltrepassò per raggiungere i corpi dei Curiazi.
Il romano fissò irritato la sorella mentre si piegava, con i capelli sciolti che coprivano il corpo del Curiazio, a piangere la morte del suo amato. All’improvviso, la ragazza alzò il viso bagnato di sangue e lacrime e urlò: «Che tu sia maledetto per la tua malvagità! Hai ucciso i tuoi cugini, e non ti sei fermato neanche davanti all’uomo che amavo. Sei una belva!»
«Quello che io amo di più al mondo è la mia patria, Camilla, mentre tu non sei altro che traditrice di Roma. Vattene con la tua stupida infatuazione, vattene dal tuo fidanzato, tu che riesci a dimenticare i tuoi fratelli morti, quello vivo e addirittura la patria. Muori, così come possa morire ogni donna romana che piange un nemico» e, dopo aver alzato la spada sopra la testa, la abbatté sulla sorella, ponendo fine anche alla sua vita.

Commenta il racconto.

Note dell’autore.
Ho cercato di immaginare come si svolse la famosa vicenda degli Orazi e dei Curiazi, rispettando molto di ciò che la tradizione e la leggenda ci hanno tramandato.
L’Orazio che si macchiò dell’omicidio della sorella fu condotto davanti al tribunale romano dallo stesso Tullo Ostilio per essere processato.
I giudici, però, assolsero il giovane poiché a Roma l’amore della patria prevaleva su qualsiasi altra cosa, tanto che anche il loro padre lo perdonò.
Il giovane fu comunque costretto a espiare il suo orrendo gesto passando penitente, con il volto coperto, sotto il tigillium sonorium (la “trave delle sorelle”) e a edificare un tempio in onore di Giano cui si diede il nome di Curiazio.
E’ possibile riprodurre il racconto, o parte di esso, solo per scopi non commerciali e soltanto previa autorizzazione dell’autore, scrivendo un’email a aburbecondita@hotmail.it.

13/10/2009 - Posted by | Racconti

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