Ab Urbe Condita

Il fascino di Roma tra Passato, Presente e Futuro

Racconti – Il Primo Re

L’odore della carne che sfrigolava sulle braci, poste lungo le strade, si faceva sollevare dalla brezza calda per andare mescolarsi all’aroma del vino.
Illuminato dalla luce tremolante di alcune fiaccole, il re si alzò dal suo tavolo, anche se si trovava in posizione elevata rispetto alla folla grazie a un piccolo palco di legno, e passò in rassegna con lo sguardo chi si divertiva e festeggiava nel piazzale ai piedi delle mura, ignaro di ciò che l’avrebbe atteso di lì a poco.
Un uomo che avanzava ciondolando si fermò a pochi passi da lui e gli sorrise, mostrando una dentatura piuttosto sgangherata. «Salute a voi» urlò. «La nuova città è uno spasso!» e sigillò la frase con un sonoro rutto che sembrava avergli rotto qualcosa nello stomaco, poi svuotò la brocca in un sorso e abbracciò una ragazza di passaggio.
Romolo sorrise allo sconosciuto, ma non per il suo avanzare comico o per la sua lingua felpata dal vino, ma perché il piano stava funzionando a meraviglia.
Appoggiò la sua coppa sul tavolo e unì il suo applauso a quello della massa, proprio nel momento in cui una statua equestre di Nettuno veniva condotta fuori da Roma, attraverso la porta principale, e sistemata al centro del piazzale.
Poi contò mentalmente i partecipanti, fiero del fatto che la sua idea di istituire una festa si era rivelata molto più efficace della normale richiesta di alleanza inviata, ma non presa in considerazione, pochi giorni prima. Puntando sulla festa e offrendo cibo e vino, invece, aveva conquistato le simpatie dei Ceninensi, degli Antemnati, dei Crustumini e persino dei Sabini, che si erano mostrati i più diffidenti. Dopo quella sera, né lui, né i suoi uomini sarebbero stati considerati alla stregua di comuni e volgari malfattori o ladri di galline e, malgrado alcuni lo fossero davvero, sotto la sua guida anche loro avrebbero contribuito a creare qualcosa di immenso e di eterno. Di questo ne era sicuro: l’auspicio degli déi era stato a suo favore.
Una donna gli passò davanti in quel momento e con sguardo discreto lo destò dai pensieri, poi si voltò e continuò la sua passeggiata al fianco di alcune donne più anziane.
«Proculo, chi è quella ragazza?» chiese Romolo, voltandosi verso il suo amico Proculo Giulio.
«Non saprei» rispose questi, cercando di riconoscerla. «Ma posso scoprirlo subito, se vuoi.»
Romolo non rispose, ma diede il consenso con un cenno del capo. Poi si volse verso i suoi commensali e sussurrò: «Siate pronti.»
Scese quindi dal piccolo palco in legno, fece alcuni passi e si avvicinò discretamente a uno dei suoi che, smettendo per un istante di fingersi ubriaco, porse l’orecchio al suo sovrano. «Tieni d’occhio quella donna» gli sussurrò. «Ovunque sia diretta.»
L’uomo assentì e si allontanò.
Proculo Giulio raggiunse l’amico e lo afferrò per un braccio. «Si chiama Ersilia. È una sabina» gli rivelò. «A quanto pare non è più giovanissima, ma non ha mai conosciuto un uomo.»
«Ne sei sicuro? E’ da un po’ di tempo che è lì con Ostilio e mi sembra siano molto in confidenza.»
«Così mi ha riferito una delle mie fonti.»
«Va bene, Proculo. Mi voglio fidare. Tieniti pronto» disse Romolo e tornò al palco, risalì la scaletta e si diresse verso il suo posto a capo tavola. Afferrò il mantello purpureo e diede una rapida occhiata alla folla. Gli occhi dei suoi uomini, sapientemente mimetizzati nella calca che assisteva all’inizio di uno spettacolo, erano tutti rivolti verso di lui. Strinse il mantello tra le mani e, consapevole che con quel gesto avrebbe contribuito a iniziare il cammino di Roma verso la conquista del mondo, se lo avvolse sulle spalle.
Era il segnale.
Centinaia di spade, come animate da una mente comune, apparvero da sotto gli abiti. Gli avversari, storditi dal vino e dalla sorpresa, accennarono una risposta, che però fu molto lenta rispetto al solito. Alcuni perirono immediatamente, altri cercarono di estrarre la loro arma, ma dovettero rinunciare per sempre al braccio che la impugnava. La confusione prevalse sulla ragione.
Romolo seguì con lo sguardo l’uomo a cui aveva ordinato di seguire Ersilia, sorridendo nel vederlo avanzare, farsi spazio tra i tumulti e raggiungerla. Poi si accigliò nel vedere Ersilia difendersi e cercare di resistere fino a che non fu costretta, come le altre, a seguire il romano fin dentro le mura della città.
A quel punto, vedendo che gli avversari cominciavano a insultare i romani per aver oltraggiato il patto di ospitalità, il re scese e offrì il suo aiuto ai suoi uomini, poi ordinò di rientrare tra le mura e, cacciati via i padri e i fratelli delle ragazze rapite fece chiudere il portone di ingresso.

06/10/2009 - Posted by | Racconti

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